SULLA STRADA

«Una macchina veloce, l’orizzonte lontano e una donna da amare alla fine della strada.» Questo era il mito degli anni ’60, rimbalzato in mutevoli declinazioni fino alla sua morte – perché i miti, per essere veramente tali, devono morire –, avvenuta quando? Forse a cavallo degli anni ’90 o giù di lì. La citazione di Jack Kerouac sarebbe perfetta se non ci fosse quella “fine della strada”, perché il mito si nutriva della strada in sé, del viaggio in quanto strumento di conoscenza, della sperimentazione, della benzina e della benzedrina. Ma la fine della strada invece è arrivata, eccome. Lasciando un vuoto enorme.

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Dagli anni ’60 fino a poco più di un ventennio fa, questo sogno, l’idea del viaggio, dell’asfalto come sinonimo di libertà è stato anche il lievito di una forza economica che ha prodotto ricchezza per intere generazioni in tutta la società occidentale: l’automobile. Mezzo di locomozione, ma anche strumento d’indipendenza, reale o potenziale poco importava. Oggetto imprescindibile nella vita di ognuno, prioritaria necessità da conquistare prima della casa. Non solo strumento meccanico, ma prodotto culturale. Da Gioventù bruciata ai Blues Brothers a La febbre del sabato sera a Thelma e Louise e in milioni di altri film, con infinite sfumature diverse, l’automobile è stata centrale.

La crisi economica è anche e soprattutto la crisi del comparto automobilistico. L’Italia senza la Fiat, nell’ultima metà del secolo scorso, sarebbe stata impensabile e nessuno avrebbe permesso, all’ora, se ne andasse alla chetichella. Oggi non importa più a nessuno, se non a quelle migliaia di lavoratori del comparto ancora superstiti. Il sogno della strada, del viaggio per il mondo che è, innanzi tutto, un viaggio dentro l’umanità varia, dentro sé stessi, è stato soppiantato, quando ancora c’è, dai voli last minute. Delle rapide catapulte che impediscono di perdere se stessi per ritrovarsi negli altri; non più stupefatti viaggiatori, spesso con mete pretestuose, ma ciechi pendolari dai minuti calcolati in itinerari prevedibili. Londra diviene così un luna park della periferia di Milano, con nebbie dello stesso sapore. Tutto quello che sta in mezzo, il mondo, viene così perduto.

Non è stata l’automobile, ma l’idea che dell’automobile avevamo a darci il benessere. Morto questo mito, non è stato sostituito da null’altro, lasciando solo il vuoto. Si è pensato di superare la crisi – di pensiero prima che economica – accorpando banche, industrie, Stati per fare massa critica, pensando che più grande significasse automaticamente essere più forti. Ne è uscita, troppo spesso, solo una babelica unione di deboli.

La fine del mito del viaggio in automobile, consumato tra asfalto e umanità raminga, è stato sostituito dall’idea antinomica della decrescita felice, del chilometro zero, del rinchiudersi nei propri localismi con la spesa fatta in iper-mercati mondializzati. Se i prodotti non hanno più bisogno di alcun Marco Polo, perché sono questi a venire da noi, nessuno può scoprire al posto nostro altri orizzonti, culture, popoli e quindi noi stessi. Questo abbiamo perduto.

L’uomo, per secoli, ha voluto spingersi sempre più in là, dalle Colonne d’Ercole fino alla Luna, quel 20 luglio del 1969, 45 anni fa. Poi il nulla; ma non per mancanza di nuove sfide. Il viaggio, la scoperta, la curiosità sono state sostituite dalla chiusura nel proprio mondo. Ce lo portiamo dietro, questo nostro piccolo mondo, anche quando andiamo in crociera, con navi in grado di trasportare interi borghi, per farci vedere luoghi dalla nostra stanza da letto, come in tv.

Non viaggiamo più, ma attraversiamo luoghi senza sentirne gli odori. L’automobile, allora come adesso, ha sempre quattro ruote, ma non è più un sogno. Ed oggi, ne sono certo, non c’è più nessun triestino che direbbe ad un amico, all’alba, «andiamo a prendere un caffè a Venezia», giusto per immaginarsi ancora liberi, vagabondi, per non arrendersi alla stanchezza e al buonsenso che impedisce di vivere, sentendosi un po’ idioti, ma felici di correre incontro al proprio piccolo ignoto. Ora, da un ponte sopra l’autostrada, guardando le macchine scorrere sotto, su quel nastro d’asfalto, nessuno pensa più che potrebbe portarci in ogni dove, anche dentro noi stessi.

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