TRIESTE E LA BORA

Difficilmente chi non è nato a Trieste può capirla, parlo della Bora. Non solo i triestini la comprendono, ma la amano e ne sono orgogliosi. Un anomalo simbolo di indomita ribellione, di irruenza e di imprevedibilità. Quasi un riscatto al carattere schivo e un po’ scontroso di questa città a ridosso dei confini. Una città che è limes essa stessa, tra terra e mare, tra nazioni, etnie e culture. Senza eccessivi attriti, accoglie tutti con la stessa scontrosità. Italiani, sloveni, russi, croati, austriaci, greci, albanesi, cinesi, arabi. Non credo manchi nessuna chiesa: cattolica, anglicana, ebraica, luterana, greco-ortodossa, serbo-ortodossa, valdese. Non manca neppure la moschea con il suo annesso cimitero, vicinissimo, se non confinante con quello ebraico. Lì da sempre. A mia memoria, mai l’etnia o la religione è stato motivo di intolleranze o di urlate rivendicazioni. Tutti egualmente e ruvidamente respinti da questa città che sembra non voler accogliere alcuno e che finisce per ospitare tutti, senza necessità di costruire ghetti.
Divisioni e lacerazioni non sono mancate, ma indotte dalla seconda guerra mondiale e dall’esodo istriano e dalmato conseguente. Anche durante la guerra fredda, i confini di questa città hanno rappresentato quelli più aperti da e per l’Est europeo.
Il triestino vero non esiste, è un mito che molti proclamano, ma che in realtà si perde già alla seconda o terza generazione, in altre terre, da parte di madre o da quella di padre. Per essere triestino basta amare questa città e parlare un dialetto pieno di espressioni che nulla hanno di offensivo: “tu mare grega” (tua madre greca), “cos’te son, de Durazzo?” (sei originario di Durazzo? Albania, indica persona dura di comprendonio). Questi intercalari si perdono in tempi remoti e con loro si cresce. Bisogna diventare adulti per capirne la motivazione delle loro origini e il loro significato, perché queste espressioni popolari sono svuotate di qualsiasi contenuto e quindi non rappresentano una offesa o indicano razzismo. Rimangono confinate a quello che sono: burle di campanile.
La Bora ben rappresenta questo spirito di ostilità democratica, investendo con le sue violente raffiche tutti, senza preferire alcuno.
Da ragazzini, d’inverno, se c’era ghiaccio e bora, uno dei nostri più grandi divertimenti era rappresentato dal sedersi sul gradino di una casa, nei pressi di una salita, in attesa di qualche impavido passante che sfidasse gli avversi elementi.
Tifavamo per i ruzzoloni.
Quando questi non fossero, spontaneamente e in numero sufficiente atti a soddisfare il nostro spirito, un catino d’acqua rovesciato a terra, che ghiacciava immediatamente, aiutava. Ora saremmo bollati come criminali, quella volta bastava un ceffone… se fossero riusciti a prenderci. Persone eleganti, massaie, operai, preti, gente comune, tutti giù per terra. Durava poco. Appena qualche adulto si accorgeva di quanto stavamo facendo, usciva con la scopa in mano, ci faceva scappare e rimediava al pericolo con sale o ghiaia. Scoperti e scacciati, altro non restava che andare in cerca di qualche cartone, da usare come slittino improvvisato, per lanciarsi da qualche discesa ghiacciata.
Spesso, chi non è abituato a questo vento irruente, si chiede come sia possibile accettare un clima come il nostro.
Una mia amica siciliana si faceva spesso questa domanda, ed era curiosa. Veniva a Trieste saltuariamente, per lavoro, non mancava mai di salutarmi e spesso prendevamo un caffè o andavamo a cena assieme. Si lamentava del fatto che, nonostante fosse venuta molte volte in questa città e in tanti anni, non avesse mai trovato la Bora. Ma quel giorno venne.
Era una bella giornata di febbraio, fredda, la Bora iniziava e stava crescendo bene. Ci recammo al Caffè San Marco, uno dei caffè storici, di memoria asburgica. Tra chiacchiere, amici e innumerevoli caffè, rimanemmo parecchie ore coccolati al calduccio del suo interno. Dentro, il rumore della gente attenuava i colpi di vento che si abbattevano sulle vetrate.
Quando uscimmo la Bora era una furia, gli alberi si piegavano e sbattevano i rami, un sacchetto di plastica fluttuava nell’aria sembrando sospeso, per poi sparire velocemente verso il cielo. La mia amica, una figura minuta, piccolina ed esile, appena fuori dalla porta del caffè esclamò “Mamma mia! E’ questa la Bora?”. Replicai, mentendo per sbruffonaggine, che quella non era proprio Bora, semmai un borino.
L’automobile era vicino, in Piazza Giotti, a poche centinaia di metri dal caffè, dietro alla sinagoga. Iniziammo a scendere lungo Via Battisti, con il vento alle spalle e girammo a destra, in via Donizetti, percorremmo l’isolato verso via S. Francesco al riparo delle raffiche. La Bora, che sembrava essersi acquietata, proprio nel momento in cui giravamo l’angolo ci investì con tutta la sua violenza, prendendoci di faccia. Istintivamente portai il peso in avanti e attesi di poter riprendere a respirare. Sì, quando arrivano raffiche molto violente, se si viene investiti frontalmente, la pressione è tale che non si riesce a respirare, ma dura il tempo della raffica, pochi secondi. Bisogna fare pure attenzione a non sbilanciarsi troppo in avanti, perché il vento può cessare all’improvviso, levando di colpo il sostegno al corpo. Mi girai per vedere che effetto avesse causato quella potente raffica sulla mia amica, ma… non c’era più.
La Bora l’aveva sospinta nuovamente dietro l’angolo. Ridendo le presi la mano e la condussi all’automobile. “Ecco, – le dissi, una volta saliti a bordo – ora puoi dire che hai conosciuto la Bora. E’ bellissimo, vero? Vuoi che andiamo in Piazza Unità, così vedi anche il mare?” Tutta spettinata, con il naso gocciolante e uno sguardo non propriamente sereno, mi guardò, dicendomi: “Voi triestini siete pazzi! Portami subito in albergo!”.
La Bora durò due giorni, durante i quali la mia amica non volle più uscire.
E sì, per amare la Bora bisogna proprio essere triestini.

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Una risposta a TRIESTE E LA BORA

  1. Giuseppe Corona scrive:

    Spero proprio di venire a conoscerla questa Bora!

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