Sono le 9:00 del mattino quando Leila chiama Eugenio. Gli dice di non andare in ambasciata, ma di raggiungerla alla libreria italiana nella Medina. Leila lavorava come interprete all’ambasciata siriana a Tripoli, Eugenio faceva l’autista/factotum per l’ambasciata italiana, sempre nella capitale libica.
Leila era nata in Iran, da genitori europei. Parlava correntemente le maggiori lingue europee, il farsi, l’arabo e il pashto. A Eugenio era sempre sembrato strano che lavorasse per l’ambasciata siriana, ma l’unica volta che le aveva chiesto delucidazioni al riguardo, lei era stata molto vaga e aveva lasciato cadere il discorso.
Eugenio l’attende davanti alla libreria, con il naso all’insù a guardare i nomi delle vie, quasi tutti ancora in notazione araba e italiana. Eccola. Vanno al bar vicino. Lei gli dice di non andare in ambasciata perché i francesi e gli americani avrebbero presto iniziato a bombardare la Libia. Questione di ore, secondo lei. L’ambasciata italiana, già sgomberata, avrebbe potuto divenire un obiettivo di ritorsione da parte dell’esercito libico. In pratica lo avevano lasciato a piedi. Se n’erano andati tutti già il giorno prima, ma nessuno si era preso la premura di avvisarlo. Anche Leila non si sentiva più sicura, troppo vicina all’Occidente per poter continuare a lavorare all’ambasciata siriana. Almeno così credeva Eugenio.
—Cosa vuoi fare? le chiede Eugenio. Prendiamo la macchina e andiamo subito a Ras Jedir?
—No, fa lei. Lo hanno già chiuso. Non ci farebbero entrare in Tunisia. Idem per Salloum, confine lato egiziano. Chiuso pure quello.
—Quindi rimaniamo bloccati qui a Tripoli?
—Se vuoi potremmo andare a Sabha, lì ho dei contatti e da lì potremmo uscire verso il Niger, il Chad o l’Algeria.
—Anche passando per Bani Walid saranno 800 km, e se cominciano a fischiare le bombe e a muoversi l’esercito e le tribù varie potrebbe non essere molto piacevole.
—Delle bombe non mi preoccuperei. È più facile le sgancino qui sulla costa che in mezzo al deserto. Per le bande potrebbe essere un rischio, ma non si organizzeranno subito, si spera. Non abbiamo alternative.
Prendono il minimo indispensabile. Un po’ di provviste, tanta benzina, e partono. Arrivano a Sabha dopo le 22:00 e scoprono che i francesi e gli americani hanno iniziato a bombardare le difese antiaeree sulla costa. Era il 19 marzo 2011: era iniziata la guerra.
I contatti di Leila non si trovano, e mentre Eugenio comincia ad agitarsi, lei non si scompone minimamente. Vanno a cena; anche se è molto tardi li accolgono in un locale. Vengono a sapere che i contatti che dovevano incontrare sono spariti. Tutti partiti quella mattina su delle camionette, per andare dove non si sa. Vengono avvertiti di lasciare Sabha quanto prima, perché di lì a poco sarebbe diventata una zona calda.
—Andate a Ghadames, poi da lì troverete qualcuno che vi scorti in Algeria. Da soli, come occidentali, viaggiare per l’Algeria sarebbe troppo azzardato. Ma a Ghadames troverete sicuro qualcuno pronto a farvi da scorta.
Eugenio guarda interrogativamente Leila, la quale fa spallucce e gli dice: —Vedi? Risolto.
È stanca, ma serena. È una bella donna, alta forse un metro e settanta. Sempre in pantaloni, quindi Eugenio non le aveva mai visto le gambe, ma le immaginava belle, da ex nuotatrice qual era. Con fianchi stretti e un bel fondoschiena. Energica, atletica, decisa sia nel muoversi negli spazi sia caratterialmente. Una donna forte, determinata. Lei sapeva di piacere molto a Eugenio, ma faceva finta di nulla e di certo non lo incoraggiava. Ma non sapeva perché Eugenio aveva iniziato ad innamorarsi di lei. Non era solo per la sua bellezza o per il suo carattere indomito. Anzi. L’amava perché in alcuni momenti, nel suo sguardo, vedeva le sue fragilità. Riusciva a scrutarla dentro come lei nemmeno immaginava. E quello che vedeva gli provocava il bisogno di correre a salvarla. Da cosa? Non ne aveva la più pallida idea. Ma il meccanismo che si innescava era quello, e non poteva sfuggire. Almeno così Eugenio credeva.
Le fragilità che Eugenio vedeva — quei piccoli dolori profondi come stilettate, ricacciati indietro a suon di rumori della vita, del lavoro, degli amici — lei non li ammetteva nemmeno a se stessa. Ma a lui erano evidenti. Duravano pochi istanti, ma riempivano il suo sguardo. Avrebbe voluto abbracciarla, dirle che sarebbe andato tutto bene, ma lei non si faceva nemmeno avvicinare. Anzi, a voler essere onesti, era lei che stava salvando lui.
Eugenio accompagnò Leila alla sua camera. L’abbracciò forte, dominato da un intenso desiderio; lei lo lasciò fare ricambiando anche un bacio appassionato, ma lo interruppe dopo poco: —È tardi e domani bisognerà partire presto. Andiamo a dormire.
A malincuore Eugenio annuì e si diresse verso la sua stanza. Era in subbuglio: per la prima volta Leila si era lasciata andare.
Di mattina presto fanno rifornimento di carburante, acqua e viveri. Decidono di non prendere la strada asfaltata via Qaryat e Dirj — troppo rischioso. Optano per andare a ovest, attraverso il deserto dei laghetti: l’Idehan Ubari, il grande erg. Germa, Ubari, poi dritti verso nord-ovest su piste.
Al sopraggiungere del buio si trovano a circa 70 km da Ghadames e decidono di accamparsi. Meglio non rischiare: sono con un unico mezzo, il carburante è quasi finito e l’unica ancora di salvezza è un Thuraya. Su piste e pietraie, meglio viaggiare solo con la luce del giorno.
Il giorno dopo, in tarda mattinata, sono a Ghadames. La chiamano la Perla del Deserto. Cerniera al confine tra Libia, Tunisia e Algeria. La città vecchia è un labirinto di vicoli che corrono a zig-zag per bloccare vento e sabbia; in cima a ogni casa c’è una terrazza, e le terrazze erano collegate tra loro: erano lo spazio riservato alle donne, una città parallela sospesa sopra quella degli uomini. La città vive, e ha sempre vissuto, grazie a una sorgente, l’Ain al-Faras.
Leila, poco dopo l’arrivo, sparisce con alcuni arabi del luogo ad organizzare l’attraversamento verso l’Algeria. Ricompare di sera. Serena, tranquilla, bellissima come sempre. Vanno a cena e lei spiega a Eugenio che l’indomani di buon’ora dovranno partire per Merixen, dove troveranno le guide che li condurranno verso il nord dell’Algeria.
Eugenio non è d’accordo.
—Scusa, da Ghadames potremmo tirare dritti verso la Tunisia. Saremmo a Borj el Khadra in tre o quattro ore. E saremmo al sicuro, senza preoccuparci di predoni, banditi, rischi di rapimento. Cose sempre possibili in Algeria.
—No, fa lei. Non voglio problemi. In Tunisia saremmo senza guida e non potremmo giustificare il nostro ingresso. Preferisco fare il giro più lungo e fidarmi dei contatti che ho in Algeria.
Eugenio ovviamente acconsentì, avrebbe acconsentito a qualsiasi cosa avesse detto Leila. Cercò di avvicinarsi a lei dopo cena, ma venne immediatamente liquidato anche con una certa scostanza.
Il giorno dopo, a pochi chilometri da Merixen, fuori pista, incontrano tre pickup, di cui uno — un Toyota Land Cruiser serie 70, il cosiddetto “Toyota War” — con una DShK da 12,7 mm montata in cassone. Saranno una decina di uomini, parte di qualche milizia: quale, è impossibile a dirsi. Parlottano con Leila in arabo. Poi si rivolgono a Eugenio ordinandogli di scendere: —Yalla, yalla.
Eugenio guarda Leila stupito, chiedendole cosa stia accadendo, ma lei ha già girato la testa dall’altra parte. Quando finalmente si volta verso di lui, parla con voce piatta: —Sei il mio passaggio per la libertà. Andrai con loro: gli ho detto che eri un pezzo grosso dell’ambasciata italiana.
—Ma non è vero, se ne accorgeranno, replica Eugenio.
—Non è importante, dice Leila. A quell’ora sarò già in Europa.
—Perché lo hai fatto? Mi sembrava che tra di noi stesse nascendo qualcosa…
Leila si mette a ridere. —Sul serio? Ma ti sei guardato bene? Mi servivi solo come biglietto di viaggio. Per la Tunisia non avrei potuto transitare, mentre qui in Algeria sono protetta da russi e arabi. Stanno cercando ostaggi occidentali da usare come scudi umani. Probabilmente ti venderanno a Gheddafi e tornerai in Libia. Nessuno fa nulla per nulla.
Eugenio venne fatto sedere sul cassone di un pickup, con le mani legate. Guardava il Toyota di Leila allontanarsi verso nord. Presto non si vide più nemmeno la polvere della sabbia che si alzava dietro le ruote.
Di Eugenio non si seppe più nulla. L’ambasciata italiana lo disconobbe: era stato, dissero, un impiegato esterno per un breve periodo. Amici e parenti in patria non ne aveva più da tempo. Nessuno che avrebbe potuto ricordarsi di lui, figuriamoci chiedere che fine avesse fatto.
Non venne mai ritrovato. Probabilmente le sue ossa sono disperse in qualche erg, abbandonato là quando anche i suoi rapitori si accorsero che non era proprio nessuno.