Vai al contenuto
A night in Tunisia
Racconti 8 Luglio 2026

A night in Tunisia

Tunisi, come sempre, faceva da rumorosa cornice. Eugenio aveva già tentato di scappare più volte, ma Leila, ogni volta che lo voleva, se lo riprendeva. Eugenio voleva scappare perché Leila non si dava. Spariva giorni, senza nemmeno un ciao, un messaggio. Andava via per interi weekend, senza nemmeno preoccuparsi di avvisare Eugenio per tempo, il quale si ritrovava a sapere che lei non ci sarebbe stata soltanto il venerdì sera, e solo se era lui a chiedere. Altrimenti nulla.
Faticoso e doloroso da gestire per Eugenio, il quale se ne rendeva conto e avrebbe voluto sparire, ma non ci riusciva.

Dopo un ennesimo tentativo di fuga arrivò l’ennesima riappacificazione. Leila era dolcissima, Eugenio non l’aveva mai sentita così aperta, disponibile, rilassata. Sembrava quasi innamorata, piena di promesse.

Il giorno dopo s’incontrarono per andare ad un concerto da camera. Lei arrivò elegante, scarpe con tacco, pantsuit o ensemble nero. Scarpe con fantasia dai toni marrone e tacco a pianta larga, che faceva pensare a delle scarpe da balera. Non propriamente nelle corde di Eugenio, il quale odiava da sempre l’accostamento nero-marrone.
Il problema però non era l’abbigliamento, ma ben altro.

Leila, appena arrivata, piantò dal basso verso l’alto degli occhi fiammeggianti in quelli di Eugenio. La sua era una faccia da guerra. Eugenio, che si sentiva ancora felice della Leila del giorno prima e si attendeva la stessa continuità, raggelò rendendosi subito conto di essere caduto in un’imboscata. Capì che lei aveva già deciso che quella serata sarebbe finita male, malissimo.

Il concerto non fu d’aiuto, svolto in una grande sala senza climatizzazione, mentre faceva veramente un caldo d’inferno. Leila criticò subito l’abbigliamento di Eugenio: “Proprio non puoi fare a meno di mettere delle camicie a fiori?”. In realtà Eugenio non indossava una camicia a fiori, ma una specie di Pollock mancato. Inoltre il codice di Eugenio prevedeva, per le serate informali come quella, abito di lino, camicia con fantasia discreta, portata fuori dai pantaloni — altra cosa per cui venne rimproverato. Non cercò di giustificarsi: era inutile. Quando Leila era in quel mood, anche solo cercare di spiegare avrebbe portato ad aggravare la situazione.

Alla fine del concerto, sull’ultimo bis, Eugenio non ne poté più. Non solo il caldo, ma venne assalito da un attacco violentissimo di craving, al quale doveva rispondere muovendosi, perché non conosceva altro modo. Non poteva proprio rimanere fermo. Quando ansia e palpitazioni gli diedero un minimo di tregua, Eugenio fece per ritornare al suo posto, ma era troppo occupato a sembrare disinvolto e a mantenere l’equilibrio per accorgersi che Leila stava filmando; le passò davanti rovinandole il video, provocando una reazione inviperita e scomposta. Anche in questo caso, però, Eugenio non spiegò nulla.

Usciti dal concerto Leila rincarò la dose, accusando Eugenio di non aver notato che si fosse vestita in modo più femminile del solito. Eugenio tentò goffamente di scusarsi.
Trovarono un posto e presero qualcosa da bere, ma ormai la serata era completamente rovinata. Eugenio chiese a Leila che intenzioni avesse, cosa volesse fare, e lei gli rispose che a quel punto avrebbe voluto andare a casa. Eugenio l’accompagnò al motorino, ma la salutò prima, sulle strisce pedonali, dall’altro lato della strada. Leila gli chiese: “Non vai a prendere la macchina?”, perché sapeva che lui aveva parcheggiato poco lontano. Eugenio rispose di no, e le disse che sarebbe rimasto per fare ancora un giro.

Eugenio si mise a camminare veloce, attraversando La Marsa e Sidi Bou Said, le zone della movida. Non aveva voglia di niente e di nessuno. Voleva solo che quella sensazione di disperazione finisse in qualche modo. Ma non c’era verso, non trovava alcun rimedio. La felicità, le aspettative, l’amore che lo avevano riempito solo poche ore prima non erano solo svanite, ma sembrava non fossero mai esistite. Un imbroglio, un’illusione, una truffa.

Leila gli mandò un messaggio: “Scusa per come mi sono comportata questa sera”. Eugenio però era troppo devastato per risponderle, troppo deluso. Combatteva contro la voglia di vuotarsi una bottiglia di Boukha e fumarsi un pacchetto di 20 Mars. Le rispose molto più tardi, prima le scrisse che non importava, poi le inviò un messaggio più lungo, dove le chiedeva di fargli capire il perché di quell’aggressione a freddo.

Il giorno dopo arrivarono alcune sue brevi righe di risposta, dove diceva che, dopo la serata di ieri, aveva capito che tra di loro non sarebbe potuto più esserci nulla. Eugenio la chiamò al telefono, e lei con la massima tranquillità gli disse che quello che aveva scritto avrebbe dovuto bastargli. Poi chiuse la comunicazione e bloccò Eugenio.

Eugenio non aveva capito il motivo, non trovava una ragione valida per quel comportamento, ma accettò la sua decisione. “Meglio così” – pensò – “almeno c’è una fine. Anzi, è la fine: questa volta non tornerà più”.

Nemmeno adesso però ce l’aveva con lei. Credeva che Leila non si comportasse così perché fosse una strega, una sadica manipolatrice, una mente del male. Pensava piuttosto che fosse confusa, che avesse paura: di perdere i propri spazi, di ricominciare ad amare, forse di essere ferita e abbandonata. Oppure credeva semplicemente di non averla coinvolta a sufficienza. Forse tutte queste cose assieme. Eugenio non l’avrebbe mai saputo.

Faceva male, un male cane, ma almeno poteva ricominciare. Certo, ripartiva dalle lacrime e dal dolore, ma almeno era sceso da quelle montagne russe. Questa volta per sempre.

Share