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Serata in verde mint
Note 25 Agosto 2026

Serata in verde mint

Esco di casa vestito informale: scarpe pistacchio artigianali Aurelien, pantaloni ocra in cotone di taglio sartoriale, maglietta in cotone ritorto uzbeko, occhiali Matsuda rifiniti a mano, un Datejust mint green portato rigorosamente above the wrist bone. Non è una questione di costo, è una questione di gusto. Zero ostentazione, anche perché nulla di quello che indosso è urlato. L’abbinamento dei colori è maniacale. Questa configurazione è quella perfetta anche per la guida: l’auto è verde, come l’orologio e gli occhiali, ma questi ultimi con i decori delle side shields arancioni. Lo stesso arancione delle pinze freni. Dettagli che nessuno noterà mai.

Se cambio colore dell’abbigliamento, cambio anche orologio e occhiali scegliendo un quadrante e lenti a tono. Sono snob? Oh sì, e mi piace. Andare in giro in questo modo mi permette di sentirmi a mio agio. Posso starmene da solo, come di solito preferisco, scambiare qualche parola con gli amici che incontro, entrare in qualsiasi ambiente in relax, sempre con la massima naturalezza.

Venerdì, vigilia di Ferragosto. Non ho lavorato. Palestra e poi bighellonato un po’. Verso le 18:00 mi rompo le scatole ed esco. A Muggia c’è il Carnevale Estivo, passo tra i chioschi, ma è ancora presto. Anzi, è presto per ogni cosa. M’incammino verso il centro storico. Incrocio due belle donne, penso che dovrei provare a scambiare due parole, ma in realtà non ne ho voglia e lascio perdere. Vado verso un bar per prendere un caffè. Giro l’angolo e il bar è chiuso. Torno indietro. Le due donne di prima sono praticamente in mezzo a un incrocio, ferme, parlottano tra loro. Devo passarci vicino e una delle due chiede a me, ignorando altri passanti, cosa siano quei chioschi. Spiego, e nel frattempo le squadro. Ovvio che non siano delle mie parti. Una un po’ più giovane di me, carina ma non invecchiata benissimo, milanese. L’altra, ungherese, parlava un italiano più che soddisfacente, di una bellezza fuori scala. Avrà avuto forse 40/45 anni, ma talmente bella da non riuscire a darle l’età. Alta 175 cm, capelli folti, lunghi castano chiaro, occhi verdi che, in alcuni momenti, diventavano di un grigio magnetico; flessuosa con delle curve perfette. Appunto, una bellezza rara.

Sono estremamente sensibile al fascino femminile, ma le donne bellissime non mi mandano in tilt, non divento di colpo idiota, non mi mettono soggezione né mi esaltano. Rimango piuttosto sereno. Se mai avete avuto modo di frequentare donne bellissime, saprete di certo che dopo un po’ di tempo, quando scema l’abbaglio iniziale, queste diventano ai nostri occhi assolutamente comuni. Si notano delle asimmetrie, emergono piccoli o grandi difetti, ecc. Insomma ci si rende conto che sono ragazze assolutamente normali, non dee. Per di più non sono pericolose, perché si fa molta attenzione fin da subito, mentre quelle che ti fregano emotivamente di solito sono quelle più normali, perché credi di poter gestirle con più facilità. Le bellissime poi danno altri problemi, ovviamente, soprattutto in contesti pubblici e sociali, ma solitamente nulla di ingestibile.

Spiegati i chioschi, riprendo la mia strada. Girato l’angolo però penso “Che caspita hai da fare? Ti hanno agganciato loro e tu fai spallucce e te ne vai, magari per fermarti a chiacchierare con qualche muggesana impegnata in un tour alcolico dei bar?” Allora ritorno sui miei passi, le raggiungo e chiedo loro se conoscono Muggia. La milanese mi dice di essere venuta per la terza volta. Le rispondo che di certo non ha visto tutto. Così le porto in giro facendo da cicerone. Il centro storico di Muggia è piccolo, e in dieci minuti abbiamo finito la visita.

Prendiamo un aperitivo. L’ungherese si mette a guardare dei poliziotti e discutiamo delle divise, di quanto le forze dell’ordine italiane vestano bene e siano affascinanti. Concordo, anche se a mio avviso preferisco la formalità militare dei Carabinieri. Le chiedo però, ridendo, di evitare di guardarli con quella insistenza, se non vogliamo ritrovarci scortati per tutta la sera. Si mette a ridere anche lei.

Dopo aver inavvertitamente distrutto il bicchiere di un’ubriaca, ferma sulla porta del locale a gesticolare con il bicchiere in mano proprio mentre uscivo dopo aver pagato, riprendiamo la via e facciamo ancora un giro. Ovviamente scortati da quattro o cinque poliziotti, tra cui pure una donna, la quale evidentemente si era adattata per spirito di corpo. Arriviamo in un altro bar e prendiamo ancora da bere. Vogliono pagare, ma spiego loro come funziona “Se v’invito io, pago io; se mi invitate voi, pago comunque io”. Insomma, more solito, come ben sa chi mi conosce.

Di fronte al bar ho la macchina, la prendiamo, con i poliziotti a bloccare il traffico per agevolarci l’uscita dal parcheggio. Andiamo a Muggia Vecchia, poi da lì a Capodistria. Solito schema: buona musica, profumo in macchina, andatura stile “a spasso con Daisy”. Massimo relax. Dopo il giro turistico di Capodistria andiamo a un ristorante su una barca, dove ultimamente porto amici, amiche, parenti, ecc. Purtroppo le cameriere che mi conoscono, ormai mie amiche, non c’erano e il personale presente senza prenotazione non ci ha fatto accomodare. Rientriamo a Muggia e mangiamo qualcosa ai chioschi di carnevale. Ridiamo, scherziamo, compaiono un paio di amici a guardarsi le due bellezze e ad un certo punto le riporto a casa.

Portopiccolo, dall’altra parte del golfo. Erano venute con il traghetto, ma mi sembrava cortese accompagnarle in automobile, anche vista l’ora, e così feci. Do loro il mio biglietto da visita privato. Contentissime della serata, promesse di reincontrarci il giorno dopo, dichiarazioni di voler assolutamente ricambiare, ecc. ecc. Nel frattempo sto pensando se fare la strada alta al ritorno, e dare un po’ di gas, o se tornare per la Costiera e il centro e quindi rispettare obbligatoriamente le velocità da codice. Baci, abbracci, ciao, ciao.

Decido per la Costiera. Supertramp a palla, compiacendomi della nuova taratura dell’impianto audio della macchina. Già prima andava discretamente, adesso va al doppio e con migliore qualità. Quando inizia il basso e la batteria di “School” la portiera sembra quasi accarezzarmi il polpaccio.

Aspettative per l’indomani? Nessuna. Zero speranze: due amiche che facevano squadra, io invece ero da solo. Avessi avuto un amico, sarebbe stato diverso, ma così non avevo speranze, perché avrei dovuto spaccare la coppia. E ciò era obiettivamente impossibile. Poi me ne fregava poco. L’ungherese l’avevo scartata perché mai avrebbe abbandonato l’amica di cui era ospite e la milanese l’avevo depennata non appena avevo visto il suo tatuaggio che andava dal polso fino a metà avambraccio. Evito le donne tatuate, se me ne accorgo, soprattutto se hanno una certa età. Un conto è la ventenne scema che si fa dei tatuaggi per spirito di appartenenza, altro sono le donne adulte, quelle che se li fanno oltre i 40. Di solito sono donne che se li sono fatti per affermazione identitaria, come dichiarazione di indipendenza o di emancipazione, per egocentrismo, esibizionismo o per bisogno di sentirsi notate. Sono persone fragili e irrisolte, se fossero solide non avrebbero bisogno di dimostrarlo con un timbro all’universo mundi. Non è sempre così, non è così per tutte, ma quelle che io ho conosciuto, tutte, nessuna esclusa, rientravano in questa categoria. Foriere di drammi esistenziali e affettivi.

Il giorno dopo vado al mare con degli amici. Verso le 11 di mattina mi arriva un loro messaggio, piuttosto delirante. Lunghissimo, riporto solo un estratto “Ciao Paolo! Non vorrei offenderti né metterti a disagio. Io credo che l’incontro tra un uomo e una donna possa essere semplicemente umano, intellettuale o amichevole. Si può parlare, condividere pensieri e stare bene insieme, senza dover vedere necessariamente un’intenzione romantica dietro ogni gesto.
Katia (la milanese, nda) e io siamo state davvero molto contente del pomeriggio di ieri. Allo stesso tempo, però, sento che tra me e Katia c’è una differenza nel modo di vedere questa situazione…”

Rispondo chiedendo se l’intenzione romantica sia stata prima, durante o dopo i calamari. Segue uno scambio di messaggi, dove comprendo che la dinamica è tra loro due. In pratica Katia pensava che io avessi fatto ogni cosa per compiacere o fare la corte all’ungherese (non ricordo il suo nome). Questo è anche in parte colpa mia, per il mio comportamento spesso considerato un po’ troppo generoso e fuori dagli schemi, quindi – alcune pensano – sicuramente finalizzato a un tornaconto. Invece è proprio il mio naturale modo di fare.
Avevo colpito l’immaginario di Katia, che però, con quell’amica di tale bellezza vicino, si sentiva inadeguata e perdente in partenza. Seguirono un paio di messaggi chiarificatori.

Il giorno dopo mi scrissero che stavano scendendo a Trieste e che potevamo pranzare assieme. Risposi dopo le 23:00, così da evitare anche un eventuale invito a cena, scusandomi per aver letto il messaggio in ritardo. Anche questa volta si confermava la mia regola: evitare sempre le donne tatuate.

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