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Dalla finestra
Storie 10 Maggio 2026

Dalla finestra

Avrò avuto 16 anni. Mi ero invaghito di una ragazza bellissima. Alta, con i capelli castani lunghissimi. Mi sembrava una dea. Ricambiava e un giorno m’invita a casa sua. Di sera, dopocena, facendomi entrare da abusivo dalla finestra.

Era gennaio o febbraio, faceva molto freddo ed io avevo il motorino sfasciato, e da Borgo San Sergio per recarmi sul Carso, dove abitava, era un viaggio. Dovevo prendere due autobus e poi camminare. Ma nulla mi avrebbe fermato.

Come avevamo pianificato entrai nella sua stanza dalla finestra. Mi misi sotto al letto perché suo padre passava ogni sera a darle il bacio della buonanotte. Quando finalmente entrò, lei faceva finta di dormire, io sudavo freddo e il cuore mi batteva forte.

Attesi qualche istante quando se ne andò, chiudendo la porta alle sue spalle, per uscire dal nascondiglio.
Eravamo giovani, timidi ed imbranati, ma fu una notte dolcissima.

Suo padre si alzava presto, di solito alle 6 del mattino. Qualche volta anche prima. Ovviamente dovevo sparire per tempo. Quindi alle 5:00 mi vestii ed uscii dalla finestra. Faceva veramente freddo, c’era Bora e nevischio. Camminai verso un deposito di autobus, sperando di prenderne uno che entrava in servizio.

Nella rimessa c’era un impiegato, il quale, come mi vide arrivare, mi squadrò con fare inquisitorio. Chiesi quando sarebbe partito il primo bus, e se avessi potuto salirci. Mi disse che un bus per Trieste sarebbe partito da lì a poco, e che se mi fosse servito il bagno era in fondo a destra. Strana ‘sta cosa, pensai. Mica gli ho chiesto io del bagno, ma siccome dovevo effettivamente andarci ne approfittai.

Come entrai e mi vidi allo specchio mi venne un accidente: le mani completamente sporche di sangue e la faccia pure. Se Romero mi avesse visto, mi avrebbe immediatamente scritturato per fare la controfigura di uno zombi. Mi lavai. Il viso venne anche bene, ma le mani un po’ meno, soprattutto attorno e sotto le unghie. Pensai che mi era andata bene, che il tipo della rimessa avrebbe potuto anche chiamare i carabinieri, pensando chissà che. In realtà non ho idea di cos’abbia pensato. Però l’appuntamento dai carabinieri era solo rimandato.
Rientrai a casa. Due autobus. Ci misi un paio d’ore.

Il weekend successivo si replicava. Entro dalla finestra, stiamo assieme. Alle 5:00 voglio vestirmi e andarmene. Lei mi chiede di restare ancora un po’, e fuori infuria una bufera. Non so quanto tempo sia passato. Troppo comunque, perché suo padre ad un certo punto cercò di entrare nella stanza. La porta, abitualmente sempre aperta, era stata chiusa a chiave. Bastò questo per farlo alterare.
— Apri! Chi c’è con te? Guarda che butto giù la porta!
Io raccolgo le mie cose, e mi tuffo dalla finestra mezzo nudo. Il giubbotto rimane in camera. Mi vesto nella neve, con la Bora che soffia senza pietà. Mancano i calzini e il giubbotto. I piedi sono bagnati. Mi ricompongo meglio che posso e prendo la strada per il deposito dei bus.

Dopo 5 minuti una macchina si affianca. Era il papà della ragazza.
— Sali — mi fa, con un tono che non ammetteva repliche.
— Guardi che non è come crede lei… — accenno.
Mi porta dai carabinieri, ed esordisce:
— Ho trovato in casa questo individuo, e devo ancora controllare che non manchi qualcosa.
E no, penso, questo è sleale. A tutti i costi vuole chiamare mio padre. Cerco di convincerlo che il mio babbo è sordo, invalido, ha perso due gambe in guerra, è muto e non ragiona bene. Dopo 20 minuti mio padre è in caserma, con tutte e due le gambe e tutto il resto. Non so cosa si siano detti, ma sembrava tutto risolto. Mi viene anche restituito il giubbotto. Il papà della ragazza se ne va, mio padre si avvicina alla macchina, io passo dall’altra parte e faccio per aprire la portiera. Lui mi guarda e mi fa:
— Come sei venuto qui?
— In bus — replico.
— Ecco — fa mio padre — e in bus pure ci ritorni.

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