Che senso aveva tutto questo, mi chiedevo. La sensazione di solitudine, di inutilità, di vuoto non passava qualsiasi cosa facessi. L’alcol, le donne, le nottate aggiungevano solo rumore di fondo. Guardavo il mondo e mi era indifferente. Donne che volevano solo sesso, donne che non ne volevano affatto: era lo stesso. Partivano da presupposti diversi per giungere tutte allo stesso punto: arrivare a, o scappare da una relazione. La regola del massimo due notti serviva a questo. Ad evitare che iniziassero confidenze, racconti intimi di disastri pregressi. Tutte cose già scritte in faccia e sulla pelle. Alcune cercavano di ferirti, anche se nulla di male avevi fatto loro, anzi. Alcune ci riuscivano. Tutte giudicavano. E tu le guardavi passare, infelici guerriere di conflitti inesistenti, da loro stesse inventati.
Rimaneva ben poco: qualche ricordo gentile, qualche tenerezza, qualche momento di tregua. Poi un nuovo incontro. Ricominciava la diffidenza, il misurare orologi, automobili e 740. Guai a cadere in un momento di sconforto, debolezza, paura: subito giù dalla rupe. Guai a mostrare un principio di sentimento: subito il tacco sul collo. Le peggiori erano quelle che avevano una precisa idea dell’uomo che avrebbero voluto, e verificavano quanto tu fossi aderente o meno a quel loro ideale. Donne infelici, destinate a restare infelici e dalle quali tenersi ben distanti, perché contro la fantasia non si può competere.
Più o meno questo era quello che pensavo, quando mi chiamò un’amica. —Che fai? —Nulla, sono a casa. —Vieni qui al molo, sotto al ponte c’è un raduno di bikers e ti voglio presentare una persona.
Controvoglia le dico che va bene, tempo di vestirmi. Metto uno spencer grigio, cravatta perla, camicia bianca. Scialbo solo in apparenza.
Non prendo la macchina, al luogo dell’incontro ci arrivo tranquillamente a piedi.
La persona in questione era Adriana, ed io facevo ancora i miei giri serali/notturni. Iniziamo a frequentarci. Le prime volte con noi c’è anche un’amica, giustamente. Poi da soli. Solito schema: aperitivo, cena, qualche mostra. Faccio la vittima, racconto della tipa che mi ha abbandonato, mi chiede se ho qualcun altra. —No, ovviamente: non vedi quanto ancora soffro?
Andavamo in giro con la mia auto: telefono con vivavoce, i primi. L’alloggiamento era ad incastro meccanico, se suonava non è che lo staccavi facilmente dalla culla, e se lo facevi quasi sempre perdevi la chiamata. Guidando poi…
Nella maggior parte dei casi ricordavo di spegnerlo, ma se lo ficcavo nell’alloggiamento, il bastardo si accendeva da solo, e non avevo alcun pin.
Quindi le telefonate spesso arrivavano. Impietosamente. Adriana rideva: —Questa non mi pare di averla ancora sentita. —Ma sì, come no, è l’amica di un mio amico, ha chiamato anche prima. Poi la tragedia. Telefona una ragazza giovane, che non so perché e come abbia iniziato a frequentare, ma in modo piuttosto innocente: aveva 20 anni, credo anche meno, quindi comunque off limits per i miei standard etici. Lei però, per qualche motivo non era d’accordo, ed iniziò ad insultarmi perché ero sparito dalla circolazione, a dirmi le peggiori cose, mentre io cercavo di calmarla. —Stai tranquilla, domani hai un esame importante, devi concentrarti su quello e basta. Questa s’incazzava ancora di più, ma mica potevo chiuderle il telefono in faccia. Poi alla fine, evidentemente terminati gli insulti, mise giù.
Adriana, con la mano nei capelli: —Ma che razza di stronzo sei? —No, guarda, non devi giudicare da singoli episodi o casuali fraintendimenti come in questo caso.
Dopo qualche giorno mi fa: —Buongiorno, siamo a quattro. —Quattro cosa? —No niente.
Passano ancora un paio di giorni e mi fa: —Guarda che siamo a sette. Sette in neanche dieci giorni. —Ma di cosa parli? —Delle ragazze che ti cercano e ti ronzano attorno.
Era l’onda lunga degli effetti della pesca a strascico notturna.
Adriana si trasferì da me e la cosa si esaurì in un paio di mesi. Almeno con le telefonate. Perché restava il gioco del capello. Ovvero, quando puliva la camera da letto, a volte (sempre, per mesi) trovava dei capelli di varie misure, spessori, colori. Avrei voluto pulire io, come avevo sempre fatto, ma evidentemente la cosa la divertiva. Come fosse possibile che a distanza di tempo sbucassero fuori ancora capelli, lo ignoravo. Ed io dovevo indovinare di chi fossero. Figurati se, quando qualche amica veniva a trovarmi a casa, stavo a guardare il capello. Adriana non era mai arrabbiata, non mi sono mai sentito giudicato o sotto esame, non le importava se giravo con un Rolex o un Casio: rideva, si divertiva. Al limite mi diceva: —Ma tu guarda che scemo sono andata a prendermi. Difatti dove l’ho trovato? Sotto un ponte. Avrei dovuto saperlo.
Avevo smesso di correre, avevo trovato quella che mi aveva inchiodato al muro. Fine dei giochi.