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Generazioni swipe
Note 25 Luglio 2026

Generazioni swipe

Ultimamente vedo sui social gruppi e leggo meme che inneggiano alla solitudine, all’asocialità, a quanto sia importante saper star bene da soli. È certamente utile, ma non è qualcosa di eroico o che richieda chissà quale preparazione o peculiarità. Non è una conquista e non serve aver conseguito un dottorato in fisica delle particelle al MIT di Boston. È una condizione che qualsiasi persona adulta dovrebbe conoscere e saper affrontare con la massima naturalezza. Certo, ci sono dei risvolti pratici, ma si impara ad affrontarli fin da giovani. Per esempio, quando andai ad abitare da solo, non lavavo mai i piatti. Però mi ritenevo molto intelligente, così quando finivo quelli puliti e dovevo farmi una doccia, mi lavavo unitamente ai piatti. Nella doccia, non nel lavello ovviamente. Il problema era che profumavo di sapone per piatti, ma era comunque meglio che mangiare con delle stoviglie che sapevano di docciaschiuma.

Quando poi si passano gli anta e l’ormone non è più così inferocito, stare da soli nella propria casa, con le proprie abitudini, le proprie libertà, è molto rilassante. Diventa la comfort zone per eccellenza. Però ogni tanto qualche traccia di malinconia riaffiora. Anche più di qualche traccia, e no, non basta avere in casa qualche gatto (molto meno impegnativo di un cane). Allora si apre qualche app d’incontri. Se si arriva al match spesso non si giunge nemmeno al primo incontro, e se invece capita, spesso non si arriva al secondo. Fin qui tutto bene, il giorno dopo in ufficio sarà argomento di discussione con le amiche. Il problema si pone se gli incontri continuano. Se la persona che si incontra ha delle affinità, è sincera, onesta e magari finisce per interessarsi davvero a voi.

Qui nasce il cortocircuito, perché la persona che avete conosciuto vi vuole, vuole la vostra presenza, ma voi non volete rinunciare a nulla della vostra vita da single: state troppo bene nella vostra comfort zone, dove non fate entrare nessuno. A meno che non sia Brad Pitt, ovviamente. Ma qui parliamo di gente normale, boomer o Gen X. E far entrare nella vita un estraneo non è così facile, anche perché forse non è impellente, non è prioritario. Magari però per l’altro sì, e questo si è impegnato, ci ha creduto per ritrovarsi con un pugno di mosche in mano. Capita.

Negli anni ’80 e ’90 si costruivano ancora relazioni, adesso si scrollano profili di un’app sul cellulare. Se il soggetto incontrato non rispecchia perfettamente le proprie aspettative, si passa oltre. Si butta via. Se anche la persona era abbastanza aderente ai propri canoni, non basta. Perché se ha pure delle aspettative, e vuole semplicemente starvi vicino, non va bene. Troppa fatica, perché mai uscire dalla comfort zone? Gli si dice ciao, si tira fuori il telefono e si cerca sull’app qualcun altro che vada altrettanto bene, ma magari con meno aspettative. Tanto, alla tv danno il programma preferito, il gatto fa le fusa sulla pancia e si possono fare le puzze in totale libertà.

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