Vai al contenuto
Amarcord
Storie 8 Settembre 2026

Amarcord

Ricordi l’ultima volta che facemmo l’amore? Credo fossi appena ritornata da un viaggio di lavoro in Austria, guidavi un’Audi 200 e mi raggiungesti in ufficio, nella vecchia ditta di trasporti. Era tardi, non c’era nessuno. Poi ti trattai male. Ti dissi: “Quando hai voglia di scopare, passa pure.”, e forse anche cose peggiori.
Visto che non riuscivo a lasciarti, era l’unico modo che avevo per farti andare via: offenderti, ferirti, trattarti male in modo che tu non ritornassi mai più. Così fu.

Era la cosa giusta da fare. Tu eri in carriera, positiva, vitale, piena di energia. Io annaspavo tra alcol e droghe, non sapendo in che modo prendere la vita. Ci furono anche un paio di ceffoni, che tu mi perdonasti ma io mai. C’era troppa differenza, eri troppo per me in quel momento; così trovai quel modo vile per finire: far chiudere a te. Nemmeno questo riuscivo a fare.

Ormai te n’eri andata da qualche giorno e io giravo per i bar della città senza scopo. Al Tommaseo incontrai una ragazza. Iniziai a parlarci, ma con nessuna particolare intenzione. Era di Milano. Faceva la modella. Era a Trieste perché voleva andare a visitare Fiume. Da sola. Mi chiese se c’era un bus o qualche altro mezzo per andarci. Mi offrii di accompagnarla. Facemmo serata. C’era un locale sull’altopiano, dove all’epoca si andava spesso. Per la prima volta non pagai nemmeno da bere: quella ragazza era piaciuta parecchio al barman. Cambiato locale, complimenti sperticati. A lei, ovviamente. Cominciai a guardarla con più attenzione. Aveva un paio di jeans, delle sneakers e una maglietta. Però indubbiamente era una bellezza. Alta, flessuosa, capelli lunghissimi, lineamenti dolci. Una modella, appunto.

Avevo ancora la Porsche e il giorno dopo l’accompagnai a Fiume. Poi girammo per la città tutto il giorno, cenammo assieme e – con un trucco e il mio disappunto – riuscì a pagare lei. L’accompagnai in albergo, dove al mattino aveva preso alloggio e lasciato uno zainetto. Mi invitò a salire. Declinai. Senza dare spiegazione alcuna, senza far altro che darle un bacio. Mi scrisse su di un bigliettino il suo numero di telefono. Lo gettai dal finestrino alla prima curva.

Riprendendo la via per Trieste, ormai solo, potevo finalmente piangere. Mi mancavi da morire.

Iniziava la traversata nel deserto. All’inizio c’era solo disperazione; a volte non resistevo e venivo in macchina dalle tue parti per sperare d’incontrarti. Non accadde mai. Amici in comune che potessero raccontarmi di te non ce n’erano. Il tempo passava, e con sé portava lenimento. Iniziai a migliorarmi, finalmente abbandonando quel me che odiavo. Sbagliavo, riprovavo, cadevo, mi rialzavo. Pian piano riuscivo nel lavoro ed iniziavo finalmente a trovare la mia strada. Verità, la mia piccola verità, e la volontà di migliorarmi e di non ferire divennero le mie bussole, anche se solo recentemente ho finalmente iniziato a volermi bene.

Passarono molti anni: non riuscivo a scordarti, ma avevo imparato a vivere nella tua assenza che si faceva più intensa nelle piccole vittorie. Nella mia vita comparvero altre donne, donne che pensavo di non riuscire ad amare, ma non era vero: semplicemente – lo capii molto dopo – ogni donna si ama in un modo unico, peculiare e diverso da ogni altra. Però quella passione sfrenata, quell’amore folle, insaziabile, distruttivo e tiranno non lo provai più. Me lo impedii sempre. Anzi, se lo vedevo spuntare all’orizzonte, facevo sempre in modo che finisse. E sai come? Facendomi lasciare.

Poi c’è stata una donna che, nonostante avessi fatto di tutto per sfuggirle, non mi lasciò andare. L’amore – inizialmente impetuoso – divenne tranquillo, routinario, quasi scontato, ma giorno dopo giorno anche sempre più profondo, senza che me ne accorgessi. Quando finì – e finì in modo straziante e senza appello – mi devastò. Perché non importa che si tratti di un amore impetuoso o tranquillo: quando finisce lascia sempre i cocci sul pavimento.

Share