CREDIBILITÀ INTERNAZIONALE

Da tempo si sente recitare il mantra dell’immagine dell’Italia rovinata all’estero e l’ossessiva litania ripete la causa di questo danno sia Berlusconi. Prima ad indignare erano i cucù alla Merkel, le corna nelle foto di gruppo, il kapò dato a Martin Schulz, il rimprovero della Regina Elisabetta d’Inghilterra; ora è la sua condotta personale, privata e nelle proprie mura domestiche a destare scandalo. Le pruriginose intercettazioni hanno fatto il giro di tutte le redazioni e, pubblicate a fascicoli, hanno coperto di ridicolo il Premier, lanciando il neologismo del bunga-bunga a livello mondiale. Berlusconi si è ritrovato sbeffeggiato in mondovisione, non solo senza nemmeno ci sia stato un processo, ma nemmeno senza ancora si sappia se un processo mai ci sarà.

È certamente vero che se Berlusconi non avesse telefonato in questura e fosse stato più prudente nelle sue frequentazioni non ci sarebbe stato problema alcuno, questa grana non gli sarebbe capitata e non sarebbe stato costretto a mentire così maldestramente. È però altrettanto vero – ed ancora più insopportabile – che gli atti della procura siano divenuti di dominio pubblico. Trattato dai PM e da certa stampa come un delinquente da mettere alla gogna, senza alcuna preoccupazione di esporre al dileggio la carica da questi ricoperta. Ben diverso riguardo è stato riservato al Presidente della Camera, inquisito il giorno stesso dell’archiviazione dell’inchiesta. Non sto dicendo non si possano indagare anche le alte cariche dello Stato, sto semplicemente contestando l’inutile gossip conseguente la diffusione pubblica di fatti privati. Ciò adombra l’inchiesta del sospetto che le accuse – fin’ora obiettivamente molto deboli – siano funzionali alla sola demolizione mediatica del Premier. Di questo però avremo presto modo di rendercene conto quando a breve uscirà l’ultimo fascicolo della raccolta del Ruby-gate.

Riprendendo l’argomento iniziale, è indubbio l’immagine del Premier – e quindi dell’Italia – ne escano a pezzi, ma per concorso di colpa, ovvero per leggerezza nei comportamenti privati del Premier e per chi li ha resi pubblici. Ognuno giudichi da sé quale dei due aspetti sia il più grave.

Non è però tollerabile gridi allo scandalo e alla perdita di credibilità internazionale un personaggio come Di Pietro che si permise di acquistare delle pagine sull’Herald Tribune e sul The Guardian per denunciare (falsamente) la libertà di stampa in Italia fosse in pericolo. Non è ammissibile pontifichi sul danno d’immagine internazionale una deputata come Sonia Alfano che al Parlamento europeo si permise di affermare (mentendo) che nel suo Paese «[…] l’attività del Governo italiano rappresenti una costante violazione della carta dei diritti fondamentali» e ancora «[…]stiamo parlando di un Governo sostenuto da un Parlamento eletto in maniera antidemocratica […]»

Questo è il vero, gravissimo danno d’immagine e questi individui non hanno titolo alcuno di proferir verbo sulle supposte figuracce del Premier all’estero.

Ormai siamo nel pieno di una guerra tra bande, dove gli eccessi e le esagerazioni si trovano su entrambi i fronti. Sicuramente di cattivo gusto, inutile e stolido l’articolo “La doppia morale della Boccassini” a firma Anna Maria Greco pubblicato da Il Giornale, ma la reazione dei Pm è stata di una violenza inaudita, gravissima; un’azione da Stato di polizia, intimidatoria. La conseguenza è stata che mezza Italia è di colpo ritornata berlusconiana, perdonando Ruby, annessi e connessi.

Ulteriore danno collaterale sarà l’inevitabile precipitare dell’Italia nella classifica di Freedom House, quella che nel 2010 ci ha visto 72° per libertà di stampa. Questa volta sarà però più difficile dare la colpa a Berlusconi, dimenticando questa intimidazione della magistratura nei confronti de Il Giornale e quella di ottobre 2010, che vide analoga irruzione nella medesima redazione alla ricerca di fantomatici dossier a seguito delle intercettazioni del giornalista Nicola Porro con Rinaldo Arpisella. Fossero solo i cucù alla Merkel a rovinarci la credibilità all’estero saremmo a cavallo.

Paolo Visnoviz
2 febbraio 2011

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